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Iceman

Piazza Grande

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Quello della Mummia del Similaun, aka Ötzi, è un curioso fenomeno in cui si intrecciano scienza e cultura pop. Uno dei più preziosi corpi umani che l’antichità ci ha regalato, ritrovato nel 1991 sulle montagne dell’Alto Adige a circa 5300 anni dalla morte, sappiamo oggi non solo che era alto circa 1 metro e 60 e che nella spalla aveva conficcata una punta di freccia, ma anche che aveva 61 tatuaggi, che nel suo ultimo pasto si cibò di stambecco, e si è addirittura tentato di sintetizzare il suono della sua voce. E non basta, perché un noto e dimenticabile dj austriaco lo ha scelto per il suo nome d’arte, Brad Pitt si è tatuato la sua silhouette su un braccio, gli è stato dedicato un asteroide, un parco tematico e sì, finalmente anche un film. La sfida di Felix Randau è di risolvere non solo il whodunit, vista la morte violenta del nostro, ma anche per quanto possibile il whowashe, a partire dalle ricerche sull’Età del Rame e dagli oggetti ritrovati addosso alla mummia, attraverso una scrittura a ritroso che sceglie di privarsi dello strumento essenziale di ogni script (parole e dialoghi) e puntare sulla pura e fisica performance attoriale di Jürgen Vogel. In controtendenza rispetto alla filmografia preistorica, tra i cui pochi titoli si ritrovano non a caso soprattutto fallimentari commedie, Iceman effettua così un’operazione radicale sul linguaggio, presente ma indecifrabile. Ma se il linguaggio è lo strumento attraverso il quale abbiamo dato forma a identità e relazioni, il film implicitamente ci costringe a mettere in discussione il nostro sguardo sui personaggi: secondo quali norme agiscono? Hanno una psicologia? O solo credenze e paure? Cos’è per loro la violenza? Per un film in cui non si dice nulla, sono molte domande, alle quali tentare di rispondere seguendo le tracce di Ötzi. Così come è affascinante lasciar vagare lo sguardo sui maestosi paesaggi alpini che lo hanno conservato per millenni.

Sergio Fant
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